L’AI è già in ufficio
Perché conviene parlarne al presente e non al futuro.
Dell’intelligenza artificiale si parla quasi sempre al futuro. Arriverà, cambierà, trasformerà. Tra cinque anni, tra dieci. È un tempo verbale comodo, e credo che sia anche il motivo per cui molte aziende non hanno ancora deciso niente.
Perché il futuro piace a tutti
Il futuro conviene a chi vende, perché una promessa non si può verificare. Conviene anche a chi compra, perché rimanda la scelta: se la cosa deve ancora arrivare, non c’è niente da organizzare oggi.
In mezzo ci sono le persone che lavorano. E loro, nel frattempo, hanno già cominciato.
Cosa succede adesso
In un ufficio qualunque, oggi, c’è qualcuno che fa scrivere a un assistente la prima bozza di una mail difficile. Qualcuno che gli fa riassumere una riunione a cui non ha partecipato. Qualcuno che gli chiede di spiegare un contratto, di sistemare una formula, di tradurre una presentazione.
Lo stesso succede negli altri reparti. Chi risponde ai clienti si fa preparare una risposta da correggere. Chi programma si fa suggerire il codice. Chi vende si fa riassumere la storia di un cliente prima di una telefonata. Sono lavori che fino a poco tempo fa richiedevano mezz’ora e adesso ne richiedono cinque.
Nessuna di queste cose è spettacolare. Sono piccoli gesti quotidiani, spesso fatti con strumenti personali, senza che l’azienda lo sappia e senza che qualcuno abbia stabilito una regola.
L’intelligenza artificiale non sta per entrare in ufficio. È entrata dalla porta di servizio.
Cosa cambia se ne parliamo al presente
Quando si usa il presente, le domande diventano pratiche.
Al futuro ci si chiede se l’AI sostituirà il lavoro delle persone. Al presente ci si chiede chi la sta usando in questo momento, e per fare cosa.
Al futuro ci si chiede quale sarà la tecnologia vincente. Al presente ci si chiede quali dati stanno finendo dentro strumenti che nessuno ha scelto.
Al futuro ci si chiede quanto si risparmierà. Al presente ci si chiede chi controlla ciò che lo strumento produce prima che arrivi a un cliente.
Sono domande meno affascinanti. Hanno però un vantaggio: si può rispondere entro venerdì.
Tre domande da cui partire
Quando mi chiedono da dove cominciare, propongo sempre le stesse tre.
Chi la usa già? Basta chiederlo senza giudicare. Quasi sempre la risposta sorprende chi dirige.
Con quali informazioni? Un conto è farsi aiutare a scrivere un invito. Un altro è incollare in uno strumento esterno un elenco di clienti o un’offerta riservata.
Chi verifica? Uno strumento che scrive bene sbaglia con la stessa sicurezza con cui indovina. Serve una persona che risponda del risultato, e deve sapere di essere lei.
Da queste tre risposte nasce una regola interna di una pagina: cosa si può fare, cosa no e a chi chiedere in caso di dubbio. Non serve altro per iniziare.
Il rischio vero
Il rischio che vedo più spesso non è l’errore clamoroso. È l’abitudine che si forma da sola. Ognuno trova il suo modo, nessuno lo racconta, e dopo un anno l’azienda dipende da pratiche che non ha mai deciso.
A quel punto mettere ordine costa molto di più. Bisogna cambiare abitudini già consolidate, non crearne di nuove.
Come ne scrivo io
Per questo, quando scrivo di intelligenza artificiale, evito il futuro. Non so cosa succederà tra cinque anni, e diffido di chi dice di saperlo.
So cosa vedo fare adesso, cosa funziona e cosa no. Mi sembra materiale sufficiente, e soprattutto è l’unico su cui si possa prendere una decisione.
Parlarne al presente è anche un modo di essere onesti con chi legge. Non gli si chiede di credere a una promessa. Gli si chiede di guardare cosa succede nella stanza accanto.